Cosa non volevo più vedere?
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| Iris – fiore e occhio insieme. Immagine trovata online, condivisa pubblicamente. Mi ha colpita per la sua bellezza e il richiamo alla visione. |
Un’altra visione della miopia
Ci sono cose che
ci accadono senza che nessuno, nemmeno noi stessi, si prenda il tempo di
chiedere:
“Ma perché?”
La miopia è
arrivata così, verso la fine del liceo.
Un giorno ho semplicemente smesso di vedere da lontano.
Ricordo lo stupore: nella mia famiglia, nessuno portava gli occhiali prima
della vecchiaia.
Non capivo. Ma nessuno se lo chiedeva. Nemmeno io.
Si trattava semplicemente di correggere. Di riparare.
Così ho iniziato
a portare gli occhiali.
Poi le lenti a contatto – costose, scomode, delicate.
E le ho scelte perché mi dispiaceva profondamente il modo in cui gli occhiali
cambiavano il mio viso.
Lo dico perché si
tende a dare per scontato che non sia un problema, o che basti “rendersi cool”
con gli occhiali.
Ma ci sono costi nascosti, raramente nominati.
Il primo è
quello di non riconoscersi più.
Gli occhiali cambiano il volto. È una modifica sottile, ma profonda: lo
specchio non rimanda più lo stesso sguardo.
E anche se è tutto normalizzato, una parte di me sentiva che non ero più io.
Il secondo è
il costo della dipendenza.
L’idea di dimenticare gli occhiali, di perderli o di romperli diventava fonte
d’ansia.
Come se fossi legata a quell’oggetto per poter esistere nel mondo.
Non poterli avere era impensabile.
E poi c’è un
terzo costo, più sottile ancora:
quello di una soluzione che non si risolve mai.
Ogni anno, la gradazione cambiava. Come se il corpo, silenziosamente,
resistesse a quella correzione.
Non era una guarigione, ma un rincorrere continuo.
Eppure mai – né
da parte mia, né da chi mi era intorno – è sorta una domanda sul senso
di quella cecità:
Cosa era successo a questi occhi?
Perché non volevano più vedere?
La prima volta
che questa domanda è emersa davvero è stato anni dopo, quando mi sono trovata –
per la prima volta, credo – in una relazione sentimentale in cui mi sentivo di
poter essere me stessa.
Una relazione dove non era richiesta una maschera, ma la verità.
Una relazione forse breve, ma vera.
Ed è stato in
quel clima d’amore – non di affetto condizionato – che ho deciso di togliere
gli occhiali.
Non per ribellione, ma per ascolto.
Mi ero accorta che ogni anno la correzione aumentava.
Come se ogni tentativo di “aggiustare” venisse rifiutato dal corpo, che
insisteva nel suo non voler vedere.
E allora mi sono detta: “Va bene. Non vediamo.”
Ho scoperto che
si può vivere anche senza occhiali.
Con degli aggiustamenti, certo: spiegare che non riconoscevo le persone da
lontano, che dovevo avvicinarmi allo schermo durante le presentazioni.
Ho anche dovuto smettere di guidare – un cambiamento enorme, per me e per i
miei figli.
Ma anche una liberazione.
Perché in fondo non
ho mai amato guidare.
Trovavo la macchina cara, ingombrante.
E con i miei figli abbiamo imparato a vivere senza.
A rallentare.
Poi ho notato
qualcosa di sorprendente:
la mia vista cambiava.
Non in modo lineare, ma in relazione al mio stato interiore.
Quando ero calma, in pace, in presenza… vedevo meglio.
Quando ero in tensione, in paura, nello sforzo… la vista si annebbiava.
Ho letto un
piccolo libro sulla vista, che parlava dei muscoli oculari e della loro
sensibilità allo stress.
Come tutto il corpo, anche loro rispondono al sistema simpatico e
parasimpatico, all’adrenalina e al cortisolo.
E allora ho iniziato a vedere la mia miopia non più come un difetto, ma come
un messaggio.
Un segnale del mio mondo interno.
E lì, mi è
arrivata una tenerezza profonda.
Come avevo potuto passare anni senza mai chiedermi “perché”?
Come potevamo tutti dare per scontato che bastasse correggere?
La medicina
convenzionale è spesso così: sistemare, riportare “alla norma”.
Ma senza domandarsi cosa stia cercando di dire quel corpo, quel sintomo,
attraverso quel mutamento.
E così, anche io
avevo smesso di ascoltare.
Col tempo, ho
iniziato a sentire che quella miopia parlava.
Parlava forse dello shock, del sentirsi tradita, della fine improvvisa
di un sogno d’amore…
Quando, in mezzo al mare, da lontano, ho visto il mio giovane innamorato
innamorarsi di un’altra ragazza.
O forse parlava della fatica immensa per riuscire a scuola – un bisogno
quasi vitale di meritare affetto.
In casa mia,
l’affetto era condizionato.
Lo sentivo chiaramente, anche se mi veniva detto che non era vero.
E questa è forse la ferita più sottile: quando senti qualcosa con ogni cellula
del tuo essere, ma il mondo intorno lo nega.
Nasce lì una
frattura interna –
una dissonanza tra ciò che percepisci e ciò che ti viene insegnato a
credere.
Col tempo, impari a dubitare di te stessa, o degli altri.
E così, per restare in quell’“amore”, chiudi gli occhi. Ti accechi.
Da quando la
giustezza di quella relazione mi incoraggiò ad ascoltarmi, vivo senza
occhiali correttivi.
Con una vista che cambia, che parla, che mi allerta sul mio stato interiore.
Davanti agli
schermi, indosso talvolta occhiali con filtro per la luce blu –
non per correggere, ma per proteggere gli occhi dalla luce artificiale.
Non correggono nulla. Sono un modo di aver cura dei miei occhi.
Vedere, per me, è diventato un atto interiore.
Un linguaggio. Un ascolto.
E ogni giorno cerco di capire cosa questi occhi vogliono dirmi.
Con amore.
Racconto di più su questo tema sul mio sito — in particolare su come è nata la médecine attentive e sul perché credo che la guarigione non possa sempre venire dall’esterno.
→ attentivemedicine.org

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