Eredità, genetica… o abitudini transgenerazionali?”
Una delle convinzioni più profonde e diffuse che incontro nei miei pazienti riguarda la storia familiare delle malattie.
Quando un medico chiede: «Hai precedenti di diabete, ipertensione, cancro o asma nella tua famiglia?», la risposta del paziente quasi sempre porta con sé un’interpretazione implicita:
Se una malattia si ripete di generazione in generazione, allora deve essere genetica.
E per “genetica”, molti intendono: sono nato con un gene difettoso, una bomba a orologeria inscritta in me, e non resta altro da fare se non aspettare che esploda.
Le conseguenze di questa convinzione
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Ansia costante
Quando una malattia ha segnato la famiglia – infarti, ictus, demenza, cancro, isterectomie ripetute – l’individuo vive con la paura latente che «tocchi anche a me». Consulta regolarmente, nella speranza che se la malattia si manifesta, venga diagnosticata e trattata rapidamente. -
Mancanza di curiosità
Poiché la spiegazione sembra già data («è nei miei geni»), nessuno cerca di capire perché queste malattie riappaiono nella stessa linea familiare. Non ci si interroga più sul significato di questa ripetizione, né su cosa, nella vita concreta, favorisca la comparsa di questi sintomi. -
Dipendenza dal medico
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Normalizzazione di una medicina sintomatica
Genetica: di cosa stiamo parlando davvero?
Affinché una patologia sia considerata genetica, devono essere soddisfatte tre condizioni precise:
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Il gene coinvolto è identificato.
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La natura della alterazione (mutazione, duplicazione, assenza…) è conosciuta.
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È possibile testare un individuo per confermare o escludere questa alterazione.
Nella pratica clinica quotidiana, questi casi sono estremamente rari:
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Sindrome di Down: cromosoma coinvolto identificato e test disponibile.
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Corea di Huntington: gene esatto identificato.
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Mutazioni BRCA1 e BRCA2: rischio aumentato di alcuni tumori al seno e all’ovaio.
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Alcune cardiomiopatie hanno geni identificati.
Ma, praticamente, la lista finisce qui. Nella maggior parte degli studi di medicina generale o reparti ospedalieri, le malattie veramente genetiche si contano sulle dita di una mano.
Transgenerazionale ≠ Ereditario ≠ Genetico
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Transgenerazionale: ciò che si ripete di generazione in generazione in una famiglia. È un’osservazione.
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Ereditario: ciò che si trasmette biologicamente tramite la riproduzione. È una causalità biologica.
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Genetico: ciò che riguarda i geni. È una spiegazione molecolare precisa.
Ciò che molti chiamano “ereditario” – e assimilano a “genetico” – in realtà è solo un’osservazione transgenerazionale.
Nonostante tutte le ricerche su genetica ed epigenetica, finché nessun gene specifico sarà identificato e nessun test genetico potrà confermarlo, non c’è motivo di considerare una malattia come genetica o ereditaria.
Questa scorciatoia non si è imposta per caso. Intorno alla scoperta del DNA e all’assegnazione del Premio Nobel, ci fu un’enorme pressione sociale e scientifica per spiegare tutto attraverso la genetica.
L’essere umano ci è stato presentato come una macchina programmata, con “bombe a orologeria” inscritte nei nostri geni.
Il costo di questa narrazione è stato:
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Normalizzazione di un’ansia medica permanente.
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Rafforzamento di una medicina essenzialmente sintomatica.
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Scomparsa dell’attenzione alla vita vissuta, alle abitudini e soprattutto alle relazioni vitali.
E se non fosse genetico?
Allora la vera domanda diventa:
Cosa si ripete, se non sono i geni?
Alcuni esempi concreti:
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Alcune famiglie presentano isterectomie su più generazioni – per fibromi, endometriosi o altri motivi. Le cause mediche differiscono, ma l’intervento chirurgico si ripete come un filo rosso.
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In altre famiglie, asma, ipertensione o demenza si ripetono.
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In altre ancora, infarti precoci, disturbi digestivi cronici o emicranie gravi compaiono regolarmente.
Queste ripetizioni non sono fatalità genetiche: nessun gene è stato identificato, nessun test genetico proposto. Si tratta di fenomeni transgenerazionali.
Medicina attenta: ascoltare le relazioni vitali
È proprio qui che la medicina attenta trova il suo campo d’azione.
Invece di fermarsi all’etichetta “transgenerazionale”, si siede con il paziente – a volte con più membri della famiglia – ed esplora:
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Quali cambiamenti hanno preceduto la comparsa dei sintomi?
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Quali relazioni vitali (alimentazione, aria, acqua, riposo, espressione di sé…) sono diventate scorrette?
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Quali abitudini, consce o inconsce, mantengono il corpo in queste relazioni scorrette?
A differenza della genetica speculativa, abbiamo prove indiscutibili:
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Moriamo se non mangiamo, non beviamo, non respiriamo, non evacuamo o non regoliamo la nostra temperatura.
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Abbiamo anche bisogno di essere amati, prima di tutto da noi stessi, e nell’infanzia almeno da un altro.
Il corpo segnala immediatamente quando le relazioni vitali diventano scorrette:
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Dolore addominale se mangiamo legno invece di una mela
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Tosse alla prima sigaretta
Abbiamo inoltre una fisiologia che dimostra chiaramente la nostra natura psicosomatica:
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Arrossamento del viso quando proviamo vergogna
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Salivazione pensando a un limone
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I pensieri sessuali provocano reazioni fisiologiche negli organi sessuali
Il corpo non simula: parla. Basta ascoltarlo.
Conclusione
Finché non mi si mostra il gene, l’alterazione e il test, considerare una malattia genetica non si basa su prove, ma su una credenza.
E questa è una buona notizia.
Rimette al centro la domanda essenziale:
Perché, in quel momento, il corpo è cambiato in quel modo particolare?
Invece di cedere all’ansia di una bomba genetica immaginaria, possiamo ritrovare curiosità e attenzione per capire la vita che conduciamo, le abitudini che portiamo e le relazioni che intratteniamo – con noi stessi, gli altri e l’ambiente vitale – e soprattutto il perché di questi stati nelle nostre relazioni.
È qui che la medicina attenta apre nuove strade e può smantellare questo potente mito: no, “transgenerazionale” non significa “genetico”.
https://www.attentivemedicine.org/

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