Salute mentale: oltre le etichette

Schema che illustra la differenza tra la relazione nel pensiero e la relazione attraverso i sensi. A sinistra, un cerchio grigio mostra la divisione: una parte “l’osservatore” (Io), una parte “l’osservato” (Tu), collegate dalle emozioni e racchiuse nelle frecce del tempo (passato, presente, futuro). A destra, due cerchi colorati rappresentano il Tutto, con l’iscrizione « relazione attuale: i sensi – la sensazione ».

Il pensiero crea una divisione: « io » e « tu », separati dalle e-mozioni e dal tempo.
I sensi, invece, rivelano un altro tipo di relazione: un contatto diretto con ciò che è, senza separazione.


Nel mio percorso medico ho studiato psichiatria.

Nella mia pratica quotidiana di medico di famiglia, ciò che chiamiamo salute mentale è al centro del mio lavoro.
Eppure, siamo davvero chiari sul significato del termine « salute mentale »?

Se chiamiamo malattia mentale le molte diagnosi assegnate dalla psichiatria, ciò che in realtà descriviamo sono varie forme di sofferenza psicologica – e diverse distanze dall’attualità, da ciò che sta effettivamente accadendo.

Sintomi spesso condivisi dall’intera umanità, ma vissuti con intensità diverse.


Una psichiatria descrittiva ma non causale

Le diagnosi psichiatriche descrivono.
Classificano.
Danno nomi.

Ma dicono quasi nulla della causa.
(Tranne il trauma.)

Tutto ciò che ho imparato sul pensiero non viene dalla medicina, ma dagli insegnamenti di Jiddu Krishnamurti. 


1) Distanza dalla realtà

Se definiamo la malattia mentale come una distanza dalla realtà, allora è la specie Homo sapiens stessa ad avere un problema.

Il nome sapiens deriva da sapere.
Chiamandoci « colui che sa », abbiamo definito una coscienza rivolta principalmente al passato.

Eppure la conoscenza, che appartiene sempre al passato, non è ciò che si vive ora.

La memoria è solo un’impronta figurata, spesso emotiva.
Non ha la precisione né la coerenza dell’attuale.

Così, come specie, abbiamo distrutto la natura – il presente, il nostro presente – e continuiamo a farlo su larga scala, compresa la nostra stessa natura. Nello stesso movimento, aggiungiamo del “più” a questa realtà distrutta, guidati dall’idea che ne possa uscire un futuro suppostamente migliore.

Ma noi siamo la natura: come potrebbe la natura decidere di fare “meglio” di ciò che l’ha creata?

Siamo orgogliosi di sapere, ma così facendo restiamo prigionieri di ciò che non è più, o di ciò che temiamo o speriamo che accada.  

Questa è la nostra distanza dall’attualità: il passato e il futuro nella nostra coscienza.


2) Sofferenza psicologica: pensiero ed e-mozioni

La sofferenza nasce dalle emozioni generate dal pensiero – dalla divisione che il pensiero crea all’interno di sé.

Così come il dolore fisico appare quando i tessuti sono separati – da una ferita, da una crescita –, anche il nostro « mondo interiore » soffre quando è diviso.

Il pensiero divide.
Crea l’osservatore, che chiamiamo « io »,
e l’osservato, che chiamiamo « pensiero ».

Tra i due circolano e-mozioni,
che li spingono l’uno verso l’altro o li allontanano.

Questo tumulto interiore è vissuto come vero, e inevitabilmente espresso all’esterno. 

Ma i nostri sensi biologici rivelano un altro tipo di relazione:

  • Un orecchio non può udire che una vibrazione reale – sentire è la relazione.

  • Un occhio non può incontrare che ciò che è effettivamente lì – vedere è la relazione.

  • Lo stesso vale per odorare, toccare, gustare.

Attraverso i sensi, non c’è osservatore né osservato.
Solo un contatto diretto con ciò che è.
Solo l’unisono.


In segno di onestà

Se fossimo giusti, diremmo: sapere è uno strumento, ma non è l’attualità.

La « salute mentale » è una relazione con la realtà – qualcosa che la specie Homo sapiens non sembra afferrare, a causa dell’importanza data alla conoscenza.

Siamo dunque, per la maggior parte di noi, sorelle e fratelli nella « malattia mentale
Alcuni di noi sono semplicemente più identificati con il pensiero di altri.

Ma siamo uno. E questa onestà è essenziale per riparare la ferita creata dalla separazione – la ferita che le etichette ci fanno credere reale.

Dare al pensiero il suo giusto posto, come diceva Jiddu Krishnamurti, è ciò che ci resta da esplorare.

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