Vedere diversamente, amare diversamente

 

Vista mediterranea da una grande finestra di cucina – vegetazione rigogliosa, cactus, mare in lontananza, luce del mattino. Una scena calma e contemplativa che evoca presenza, attenzione e un cambio di sguardo.
Morning light in Sicily.

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Quando l’amore diventa più limpido dell’attaccamento, e la verità più dolce della paura.

 

Questo testo non è un’opposizione alla famiglia,

ma una riflessione sulla qualità del legame – che sia familiare o meno.

Parla di quel momento in cui vedere diversamente

trasforma non solo la relazione, ma anche il senso che diamo alla parola “amore”.

 

Mi rendo conto sempre più chiaramente

che cambiare sguardo è già cambiare esperienza.

E a volte, questo semplice cambiamento modifica un’intera esistenza.

 

Non parlo di un’auto-illusione per rendere piacevole ciò che non lo era,

ma di quella luce che libera da una credenza

e illumina ciò che prima restava nell’ombra.

 

Per molto tempo ho accettato l’idea

che il “valore” di un legame familiare contasse più del suo contenuto.

I legami – ereditati o scelti – mi erano presentati come indiscutibili,

e il caos al loro interno, come inevitabile.

 

Eppure sono rimasta colpita da mia nonna,

che un giorno smise di parlare con suo fratello.

Senza una parola, ma senza un tremito.

Mi mostrò così che c’è un limite:

all’irrispetto, alla negligenza o alla mancanza di amicizia,

anche in ciò che sembrava unito per sempre.

 

Il giorno in cui ho compreso

che la correttezza di un rapporto ne definisce l’esistenza –

che un legame esiste solo se è giusto –

non contava più chi era legato a chi,

ma la qualità del legame in quel momento.

 

Un rapporto ingiusto può tornare giusto

quando si riconosce che non lo è stato

e si comprende il perché.

Allora la giustezza torna ad essere la priorità.

 

Ogni violenza relazionale, in fondo,

non è forse un tentativo di forzare ciò che, in quel momento, non è più una relazione?

 

Se a volte restiamo in legami ingiusti,

è perché un’altra forza ci trattiene –

una colla invisibile, più forte della lucidità.

Una paura di perdere qualcosa, o qualcuno,

che ci definiva.

 

È forse questo, l’attaccamento?

Quello che ci fa pensare un “noi” per non sentirci soli.

Nella giustezza, siamo un “noi” vivente.

Nell’attaccamento, ci pensiamo “noi” senza esserlo davvero.

 

Forse questo attaccamento nasce da qui:

dal sentimento di solitudine di un “io” che si percepisce nel tempo –

un io con un ieri, un oggi, un domani –

e che cerca qualcuno o qualcosa per non attraversare quel tempo da solo.

 

Restiamo talvolta in legami ingiusti

per continuare un’identificazione con l’“io” nel tempo,

costruita su quella paura-desiderio che un “noi” stabile sembra placare?

 

Riconoscere che una relazione non va,

è già un modo per onorarla.

È riconoscere che esiste solo nella sua giustezza,

e volerla soltanto nella sua verità.

 

📸 Foto scattata da mia sorella Aram, in Sicilia.

 

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